Psycho pass (pt 1): una distopia da salotto con Pascal, Ortega e i fondatori del cyber punk

Un mondo dove la condizione psicologica e le tendenze caratteriali delle persone possono essere misurate e trasformate in numeri. Ogni disposizione psicologica viene registrata e controllata, e questa misurazione, che determina un criterio di giudizio sull’animo degli individui, è conosciuta dalla gente come PSYCHO-PASS

pp.jpg

In poche righe è sintetizzato lo scheletro su cui è stato costruito Psycho Pass: il progresso della tecnologia è arrivata ad un punto altissimo grazie al quale, attraverso un sistema automatizzato, è possibile  definire il Coefficiente di Criminalità, cioè una quantificazione della probabilità di un individuo di commettere un crimine. Questo è continuamente misurato da sistemi informatici disseminati per la città e una sorta di pistola futuristica utilizzata dai membri del reparto anticrimine, cioè la Dominator, capace di determinarlo istantaneamente e attuare delle azioni sull’individuo(sostanzialmente sedarlo o ucciderlo) a seconda della valutazione. Al vertice di questa società distopica è il Sybil System, un gruppo di persone/sistema informatico dall’identità nascosta, che gestisce la società in modo chirurgico e lindo, in superficie, applicando un’oppressione sotterranea alienante. Il primo episodio ci porta sulla scena di un crimine in cui la squadra di polizia è chiamata a intervenire. E’ il primo incarico della nuova investigatrice Akane Tsunemori ed è proprio attraverso i suoi occhi che veniamo a conoscenza della divisione dei ruoli all’interno del reparto anticrime: ci sono uno o più analisti, incaricati di fornire il supporto dietro le quinte, gli ispettori a capo delle operazioni e gli agenti cioè persone con coefficiente di criminalità più alti della norma ma con la fedina penale pulita, cioè i criminali latenti, incaricati di eseguire la parte pratica del lavoro e di cui la vita è nelle mani degli investigatori (in quanto soggetti all’azione sedante o omicida della Dominator).

psychopass2.jpg

Già nel primo episodio ci troviamo di fronte alla prima importante riflessione: il criminale a cui la squadra dà la caccia ha sequestrato una ragazza alla quale, a causa del terrore, sale notevolmente il Coefficiente di Criminalità. Akane si trova subito di fronte ad un dubbio: sparare alla ragazza oppure no? Seppur il suo Coefficiente di Criminalità ha avuto un picco è giusto seguire questo dato senza contestualizzare? Akane sa che la risposta è no: infatti si trova a sedare l’agente Shinya Kogami, co-protagonista della prima serie, intento ad utilizzare la Dominator sulla vittima. Lo stesso Kogami, una volta ripreso, ammette:“E’ da molto tempo ormai che sono un esecutore. L’istinto del cane da caccia pronto ad abbattere la preda così come gli viene ordinato, senza un dubbio o un’esitazione, ormai è radicato nelle mie mani. Obbedendo ciecamente a quella pistola ho sparato a molti criminali latenti, convinto che fosse per il bene della società; per tutto questo tempo ho sempre accettato la logica del sistema senza pormi domande, dimenticando perfino di riflettere sul significato di ciò che stavo facendo. Quante sciocchezze, eh? Il compito di un agente di polizia non dovrebbe essere dare la caccia alla gente, ma proteggerla..”

tumblr_mem9smLx2k1r4jpm5o1_1280.jpg

I primi episodi si mantengono sullo standard di un giallo investigativo con episodi (quasi) auto-conclusivi su crimini splatter e più che crudeli, decisamente sensazionali. La serial killer che più rimane impressa è Rikako, una studentessa di un istituto femminile che attira le sue colleghe per ucciderle e fare con il loro corpo delle opere d’arte.

Esatto: castità e dignità, ovvero le virtù della tradizione perduta, i capisaldi della filosofia dell’istituto Oso. Priorità che non si applicano ai maschi e che riguardano solo l’educazione femminile. Una volta inculcati questi valori, ci metteranno sul mercato come figlie di buona famiglia allevate in un ambiente protetto, per farci acquistare da signori che desiderano suppellettili in stile classico, ovvero buone mogli e sagge madri; il tutto tramite la formalità del matrimonio. Le studentesse che frequentano questa scuola sono la materia prima che verrà plasmata in manufatti artigianali chiamati “gentildonne”, minerali grezzi in attesa di essere levigati e rifiniti. Le loro vite saranno tristi e noiose, eppure ci sarebbero tanti modi diversi per farle fiorire…” Ed è sempre Rikako a citare esplicitamente Kierkegaard: la vita umana è frutto di scelte che, ovviamente, precludono centinaia di strade alternative possibili. Ed è proprio per questo che alla possibilità è strettamente connessa l’angoscia: in una società in cui il libero arbitrio è ridotto all’osso l’umanità, come entità in continuo divenire e determinarsi, la peggiore delle malattie è la serenità. Non casualmente la maggior parte dei villain della serie si è dedicata alla cultura; nella tradizione più orwelliana delle distopie alcune opere letterarie sono vietate in quanto capaci di plasmare criminali latenti.

tumblr_mdl1p41P9o1qby9cgo1_1280

In corso d’opera il susseguirsi di crudeltà incomincia ad assumere un senso : tutto fa parte del grande progetto di Shogo Makishima, il villain principale, personaggio con una caratteristica particolare: le Dominator e i sistemi di sicurezza informatici disseminati nella città non riescono a registrare variazioni nel suo coefficiente di criminalità. Il Sibyl System insisterà affinché Shogo venga catturato vivo: quando c’è un’anomalia nel sistema bisogna inglobarla all’interno del sistema stesso. Shogo non è d’accordo ad essere assimilato al sistema: è proprio attraverso le sue parole che ci viene suggerito da dove Gen Urobuchi, sceneggiatore dell’anime, abbia tratto ispirazione per il Sibyl System, cioè dai Viaggi di Gulliver di Swift: “Lemuel Gulliver dopo aver soggiornato nella città fluttuante di Laputa si reca a Balnibarbi, qui incontra un medico che intende riappacificare dei politici entrati in conflitto tra loro, il tutto attraverso l’intervento chirurgico che consiste nel dividere a metà i loro cervelli e poi riattaccarli insieme, in caso di successo il medico prevede una forma di pensiero armoniosa e misurata. Per chi vive nella convinzione di essere nato per controllare e governare il mondo degli uomini, stando a ciò che scrive Swift questa sembrerebbe la soluzione più auspicabile”. Shogo paragona la società a un romanzo di Philip K. Dick (“non è così totalitaria come la società descritta da Orwell, ma neanche così selvaggia come quella di Gibson”), uno dei principali autori di fantascienza del 900 e capostipite del cyber punk. Nel secondo episodio si può nota un floppy disk con su scritto “Johnny Mnemonic”, titolo di un racconto breve di un altro esponente del cyberpunk William Gibson.

Makishima kills

Secondo un altro punto di vista il Sibyl è il burocrate perfetto descritto dal filosofo tedesco Max Weber, cioè quello in cui “non si annidano nè rabbia nè parzialità, né odio né emozioni violente, né amore né esaltazione”, come ci suggerisce lo psichiatra Saiga. Per quanto l’obbiettivo di assimilare Shogo nel sistema non venga esplicitato alla squadra anticrimine, la richiesta di non ucciderlo e la sua particolarità non sfuggono agli occhi di Akane e Shogo ma, mentre lei investigherà dall’interno, lui deciderà di agire indipendentemente procurandosi addirittura una pistola in vecchio stile e divenendo un fuggitivo a tutti gli effetti. Si delinea la differenza tra l’idea di giustizia ipotizzata da Akane rispetto all’idealismo, seppur diverso di Makishima e Kogami: “Non è la legge che deve proteggere la gente, ma la gente che deve proteggere la legge. Le persone hanno sempre cercato e voluto un modo di vivere civile, che rifiutasse l’idea del male, e la legge incarna questo sentimento” afferma la giovane investigatrice fiduciosa, in fin dei conti, nel potenziale della giurisdizione credendo che è possibile agire secondo coscienza senza dover confluire nell’illegalità. In questo senso la figura di Akane non è schiacciata nel fascinoso scontro fisico e mentale degli altri due protagonisti principali: Akane non si piega all’indignazione, sviluppa un forte senso pratico, passa da novellina a terrore del sistema. Questo sviluppo psicologico avrà il suo culmine nella seconda stagione e infine nel film(tratterà entrambi nella prossima recensione): consapevole del suo potere Akane sarà per il Sibyl un’acuta consigliera e una considerevole minaccia, il che le permetterà di agire in quasi totale libertà. Makishima e Kogami si sfidano anche a botte di citazioni letterarie(e con botte fisiche, ovviamente) a cui è difficile, a volte, star dietro. Kogami non si fida di Makishima, perché cita Pascal: secondo lui infatti la giustizia senza la forza non ha potere, la forza senza giustizia è tirannica; è necessario che una cosa giusta sia anche forte. D’altro canto l’agente si rifà ad Ortega per cui la storia ed il progresso partono dalle minoranze guidate da uomini giusti, in quanto la maggioranza può essere ingannata ottenendo tutto ciò che vuole in cambio però della cieca obbedienza. Kogami sarà l’unico, anche per volere del condannato, ad attuare l’esecuzione di Makishima: il criminale morente citerà la Bibbia, come una sorta di moderno Gesù, martire per la liberazione dell’umanità(seppur questo obiettivo si sia rivelato fallimentare). Anche i personaggi secondari sono ben caratterizzati: l’agente Masaoka è il portatore della visione di Rousseau della società come collaborazione degli uomini di fronte al male(cita infatti “L’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini”), l’evoluzione della sensibilità di Ginoza, Gu Sung e Senguji degni interlocutori di Makishima e Jouji Saiga, acuto psichiatra e confidente di Kogami. La morbosità dei rapporti tra Akane-Kogami-Makishima sarà una sorta di espressione di una socialità mai banale in una società in cui i rapporti umani faticano ad ingranare e in cui “tutti sono soli. Tutti sono vuoti. Ormai, nessuno ha bisogno degli altri. Qualunque talento personale può essere rimpiazzato, qualunque relazione può essere rimpiazzata: e io non potevo certo tollerare un mondo del genere”.

photo.jpg

Il finale è aperto: cambia tutto, ma non cambia niente. I ruoli all’interno della squadra anticrimine si scambiano, si accavallano, confluiscono l’uno nell’altro. Ed ecco Akane Tsunemori adulta faccia a faccia con il Sibyl System, a proteggerlo e a condannarlo. Ed ecco invece noi a porci questa domanda: quanto è importante la libertà in una società che ci fornisce tutte le sicurezze e le comodità che abbiamo sempre cercato? L’assenza di precarietà vale l’annullamento dell’autodeterminazione? La risposta non è affatto scontata. E noi chi siamo: l’impulsivo Kogami, il crudele Makishima o l’integerrima Akane?

seguitemi anche sulla mia pagina Facebook!

Annunci

Capitolo 4: Paprika, tra onirismo freudiano e metacinema

“C’erano anche cinque dame, che danzavano sulle note della musica delle rane. Il vortice di carta riciclata era veramente uno spettacolo! Sembrava computer grafica, altroché! A me non piacciono i budini in technicolor e i borghesucci snob, è un fatto risaputo anche in Oceania! Credo sia arrivato il momento di tornare a casa, a contemplare un limpidissimo cielo azzurro. I coriandoli cominceranno a danzare davanti ai cancelli del tempio, il frigorifero e la cassetta postale guideranno il corteo! I controllori delle date di scadenza non fermeranno la parata trionfale, niente e nessuno potrà fermarla! Dovranno inchinarsi davanti alla grandezza dei righelli a triangolo! Sì, perché questa parata è stata fortemente voluta dai bambini della terza elementare, quelli col teleobbiettivo! Presto, venite avanti tutti insieme, sono il governatore dei governatori!”

paprika-4.jpg
Paprika ci prende per mano e ci sbattola qui e lì, tra vari piani del nostro inconscio in un carnevale cromatico. La realtà e il sogno sgomitano per prevalere l’una sull’altro fino ad un punto in cui non riusciamo neanche più a percepirne il confine. E’ un film d’animazione diretto da Satoshi Kon e tratto dal romanzo omonimo di Yasutaka Tsutsui, uno dei maggiori esponenti della letteratura fantascientifica giapponese, presentato in anteprima mondiale alla 63ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 2006. Paprika è arte: realtà e fantasia fanno a pugni, come la scenografia in pompa magna e la sceneggiatura, la masturbazione artistica e il messaggio, in una parata coloratissima e sfacciata, infantile e grottesca.
Illustro la trama, brevissimamente: in un futuro prossimo vengono inventati i DC Mini, dispositivi a scopo terapeutico in grado di penetrare nei sogni dei pazienti, ma finiscono in mani sbagliate e un ladro riesce a rubarne alcuni e comincia ad utilizzarli per fare vivere alle proprie vittime, fra cui il direttore dell’ospedale, dei veri e propri incubi ad occhi aperti. A risolvere questo giallo sarà la gelida e professionale dottoressa Atsuko Chiba, la quale usa all’interno dei sogni dei pazienti un alter-ego giovane e seducente cioè Paprika.

Paprika-cover.jpg

Il film è famoso al grande pubblico soprattutto per le analogie con il postumo Inception, pellicola diretta da di Christopher Nolan, dal popolo del web ingiustamente accusato di plagio: entrambi i film infatti trattano dei piani nei sogni e del controllo della dimensione onirica, ma con modi e temi diversi; mentre Inception in modo tutto americano condisce l’opera con spionaggio internazionale e descrizioni maniacalmente dettagliate, Paprika ci conduce in un viaggio nell’Es freudiano che solo il linguaggio dell’animazione poteva descrivere nel totale delirio. Paprika, come protagonista del film, ha ispirato il personaggio di Arianna interpretato da Ellen Page.

incept-paprika.jpg

aYW9qrm_700b

A proposito di Es freudiano: per capire Paprika o, per meglio dire, tentare di ricostruire un nesso semi- logico è necessario affacciarsi all’uso terapeutico dei sogni secondo Freud: lo psichiatra afferma che durante il sogno la coscienza, cioè l’Io, viene enormemente ridimensionata a favore dell’inconscio, cioè l’Es, dominato per lo più da pulsioni autodistruttive e sessuali aldilà delle strutture imposte dalla moralità comune, che rappresenta il Super Io. Gli elementi esterni, ad esempio la rielaborazione di un film visto prima di coricarsi, sono solo una sorta di linea guida intorno alla quale i nostri sogni crescono. Il lavoro onirico è una deformazione sistematica del sogno che si distingue in più fasi: condensazione e dispersione, cioè il ridurre tutti gli elementi del sogno ad una sola immagine e il processo opposto, lo spostamento di persone ed emozioni, che consiste nel riversare in altro le proprie pulsioni a volte inammisibili, la simbolizzazione e la drammatizzazione. In Paprika possiamo ben notare come il cinema, che pare tormentare l’investigatore Konakawa sia uno stimolo esterno che fa riemergere in lui una mancata elaborazione del lutto e il senso di colpa seppellito da una vita apparentemente normale. La matrioska è un simbolo ricorrente, come a simboleggiare i vari strati della mente. L’unico modo per guarire dalle nevrosi è conciliare Io, Es e Super-Io: è proprio quello che farà la stessa dottoressa Atsuko, rigida ed impassibile, forte in un ambiente prettamente maschile, nel momento di riconciliazione con Paprika, il suo alter ego onirico frizzante e giocoso, ma non meno determinata. Satoshi Kon preferisce le eroine in quanto ritiene le donne più lontane dalla concretezza statica della storia e più vicine all’astrattezza mutevole dell’arte: in un mondo irrazionale come quello di Paprika gli uomini sono le vittime e i carnefici di un inconscio incontrollabile, ma non gli eroi. Nella scena finale la protagonista inghiottisce la nevrotica logicità del maschile e si pone come madre/figlia di un “nuovo mondo”, o meglio un nuovo modo di vedere le cose, dove la concretezza e l’astrazione, il maschile e il femminile, Atsuko e Paprika, diventano parti imprescindibili della vita.

Paprika-1

Paprika non è solo un onirico flusso di coscienza, ma è anche un omaggio al cinema: in primis autoreferenziale, in quanto nei sogni dell’investigatore Konakawa appaiono le locandine di Tokyo Godfathers e Perfect Blue, opere precedenti di Satoshi Kon (di cui spero di parlare, prima o poi), ma anche di importanti pellicole tra cui Shining, capolavoro di Stanley Kubrick. Dove possiamo riconoscere questi riferimenti? Il collegamento con Shining è evidente nella scena in cui Konakawa si reca al bar: per quanto l’ispettore non abbia niente a che vedere con Jack Torrance in entrambi i film la psicosi, il sogno e la realtà si sovrappongono in un climax ascendente(infatti nel riadattamento cinematografico del romanzo di King la “luccicanza” non è altro che un pretesto per scendere nell’inferno labirintico della mente di Jack e “la storia di fantasmi” divenne un’indagine sull’inconscio). Inoltre quando l’investigatore veste i panni del regista, i suoi lineamenti e i suoi gesti richiamano quelli del celebre regista Akira Kurosawa. Lo stesso film è un omaggio in pompa magna del film Sogni di Kurosawa, la parata è una coloratissima e moderna citazione alla danza macabra conclusiva della pellicola. I più navigati di voi riconosceranno la citazione a From Russia With Love, opera appartenente alla saga di James Bond, ma anche i più piccoli possono carpire il richiamo a Tarzan e a Pinocchio. I più classicisti di voi riconosceranno Paprika nella veste di una ridicola sfinge mentre si diletta in una sorta di psico-combattimento con Edipo. Alla protagonista spetta anche il compito di celebrare Vacanze Romane di William Wyler in una scena in cui rompe una chitarra in testa ad un uomo e Godzilla nello “scontro” finale.

Se ne avete individuate altre segnalatemele nei commenti!

Un altro tema su cui possiamo far luce è lo scontro tra modernità e tradizione, così evidente in una realtà come quella nipponica. Simboli shintoisti e del consumismo si accavallano nella dimensione inconscia, influenzando anche i sogni, che in teoria dovrebbero essere la massima espressione dell’individualità umana. Le bambole tradizionali giapponesi sono un topòs ricorrente durante i 90 minuti del film e sono la rappresentazione del controllo esercitato dal terrorista, di cui non svelo l’identità, sulle vittime: anche Himuro stesso, il primo ad essere colpito, diventa nient’altro che una bambola,sfruttato per dar voce alla volontà e ai pensieri del carnefice.

paprika2.jpg

xKmN25nR1WbtKqrZySm0gjD3TCr.jpg

A prescindere da quelle che possono essere le parole di un recensore Paprika è un piccolo gioiello che gratta nel subconscio, un flusso di coscienza che a pieno non può essere descritto a parole, ma che magistralmente si esprime attraverso l’animazione.

seguitemi anche sulla mia pagina Facebook!

Capitolo 3: Fullmetal Alchemist, tra scienza e religione, un viaggio verso l’espiazione (parte 2)

Qui la parte 1!

L’antagonista principale dell’opera è il Padre, che nasce come omino nell’ampolla: inizialmente è un’entità acorporea commissionata dal re di Xerxes terrorizzato dall’idea di invecchiare e morire. L’omino è la rappresentazione emblematica della sfida degli esseri umani alla divinità. Ciò che distingue l’essere umano da un ipotetico Dio è la capacità di generare la vita dal nulla. L’omino nell’ampolla d’altro canto si rivolta contro l’umanità che l’ha generato, sacrificando tutto il regno di Xerxes per la creazione della Pietra Filosofale. Con lo scopo di assimilare la Verità decide, come già detto, di liberarsi del peccati capitali. D’altro canto il punto che lo renderà vulnerabile sarà proprio l’incapacità di liberarsi completamente del peggiore dei peccati capitali, cioè la superbia. Sul Portale della Verità si può intravedere una mela: il Padre è il primo uomo, il primo peccatore che non ha resistito a raccogliere il frutto del peccato originale e a divorarlo, nonostante gli avvertimenti, schiavo della sua stessa sete di conoscenza assoluta. Alla fine infatti subirà a care spese la più importante delle lezioni: “la Verità dona agli uomini la giusta quantità di disperazione affinché non diventino superbi”.
Ora d’altro canto tenterò di analizzare proprio la personificazione dei vizi. Nella tradizione cristiana la superbia, l’invidia, l’accidia e l’avarizia sono vizi che corrompono l’anima, mentre la gola, l’ira e la lussuria cil corpo. La locuzione “vizi capitali” è molto antica, già presente in San Tommaso d’Aquino, e indica che le scelte determinate dai vizi non rimangono circoscritte, ma influenzano con un effetto a catena tutte le scelte che si compiono: tanti piccoli passi che portano al male.

hom.jpg

C’è Lust, cioè la lussuria: è una donna bellissima, procace, dalle forme generose. Il suo tatuaggio uroboro è posto sul seno. Lust è “la lancia perfetta”, un sottile(ma neanche troppo) riferimento all’atto della penetrazione. Morirà arsa dall’alchimia di fuoco del Colonnello Mustang. Il fuoco rappresenta il tormento e la rabbia struggente di Roy che è assimilabile ad una forma di passione. Se la lussuria è, seguendo la retorica cattolico, un peccato mortale allora la castità è una delle più grandi fonti di virtù, poiché per conservarla bisogna ricorrere al martirio, ribellandosi al proprio istinto naturale sessuale.

Lust.(FMA).full.212856.jpg
Poi c’è Gluttony, la gola. Gluttony semplicemente vuole mangiare qualsiasi cosa e, se non lo si ferma, lo fa. La gola nella dottrina cattolica era particolarmente malvista nel Medioevo in quanto ingurgitare di continuo era visto come un affronto alla miseria ampiamente diffusa nella popolazione. Ingurgitare continuamente non colmerà il vuoto interiore: potremmo divorare anche il mondo intero ma non ne guadagneremmo l’armonia. Forse è per questo che l’Homunculus in sé contiene il tentativo del Padre di ricreare il Portale della Verità: la fame di onniscienza non potrà mai generare l’infinito. Anche la sua morte sarà emblematica: verrà divorato da Pride, la superbia…

gluttony.jpg

… e poi c’è Pride, la superbia(insieme a Greed, l’avarizia, il mio Homunculus preferito!). Pride è esteriormente un bambino, ma in realtà è la personificazione delle ombre ed è il più forte degli Homunculus. Nell’inferno dantesco Omberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio e Provenzano Salvani camminano sotto il peso del masso che li opprime: coloro che si sono elevati rispetto agli altri sono condannati a venire schiacciati. I tre personaggi stanno a indicare i tre campi dello scibile umano in cui la superbia trova terreno fertile: nobiltà, arte, politica. Le ombre esistono solo dove esistono le luci: la superbia è l’unico peccato infatti che può scaturire da atteggiamenti essenzialmente positivi, un flato d’orgoglio dovuto ai propri successi, alla propria generosità e bontà. Per questo la superbia è il più pericoloso dei peccati capitali, perché è insidiosa come le ombre del piccolo Pride. Morirà perché incapace di accettare la propria debolezza cedendo all’orgoglio. D’altro canto proprio perché risultato di un atteggiamento positivo Pride rinasce nella sua vera forma, quella neonato inerme, cresciuto dalla moglie di Wrath.

Orgullo.png
Wrath, l’ira o meglio conosciuto come Comandante Supremo King Bradley, il Fuhrer dello stato di Amestris. San Paolo affermò: “Andate in collera, ma non peccate; il sole non tramonti sulla vostra ira”. Infatti nella dottrina cattolica l’ira diventa peccato quando è costante, come simbolo del disprezzo e dell’odio nutriti verso il prossimo e quando stimola il desiderio di annientamento dell’altro. Inoltre è considerato il peccato più facilmente correggibile: la sua evidenza pubblica induce ad autodisciplinarsi e a pentirsi. Proprio per questo King Bradley mantiene per tutto il tempo una parvenza di calma apparente, che riuscirà a raggiungere davvero soltanto nel momento della morte. King Bradley è l’ “occhio perfetto” o, volendo parlarne in termini esoterici, è l’Occhio che tutto Vede: da un lato il simbolo dell’occhio singolo veniva utilizzato da molte religioni per indicare una divinità sempre presente, a cui dare conto, il che è collegabile all’ossessione di controllo dell’Homunculus; oggi viene simboleggia il dominio di una élite ombra(ad esempio la massoneria), in accordo con congiure delle alte sfere di Amestris.

460569-fullmetal_alchemist_brotherhood_ending_four__wrath.jpg

Greed, l’avarizia, è l’unico Homunculus che si schiera dalla parte dei protagonisti. San Francesco di Sales nel XIV secolo affermava: “Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore”; secondo la dottrina cattolica, infatti, l’avaro tenta sempre di mascherare il proprio peccato e, di conseguenza, la sua vera natura. Greed nasconde il vero se stesso attraverso uno scudo in fibra di carbonio: è lo “scudo perfetto” L’unico che riuscirà a guardargli dentro(letteralmente parlando) sarà Ling Yao, il cui corpo verrà condiviso con Greed. Ling riuscirà a far capire a Greed che la sua avarizia non si limita solo a fama, sesso e denaro ma anche ad un’avarizia spirituale: Greed infatti vuole più affetto possibile, vuole l’accettazione degli altri, la stima, l’amicizia. Secondo la psicologia l’avidità istiga comportamenti auto-frustranti ed è legata ad un incolmabile vuoto interiore quasi contrapposto alla superbia e all’egoismo, molto spesso dovuto a bisogni infantili non soddisfatti. Greed muore sacrificandosi per gli altri, riempiendo dunque il suo vuoto interiore.

LING-YAO-image-ling-yao-36662288-1440-900
Sloth, l’accidia è il più insignificante di tutti gli Homunculus, credo volutamente. Sloth è il più veloce, è decisamente forte, ma la noia, l’indifferenza, l’inerzia, l’avversione al lavoro lo rendono indolente ed annullano tutte le sue potenzialità. Sloth parla poco, si limita più che altro obbedire agli ordini passivamente. Dal punto di vista biblico si può parlare di inappetenza spirituale, cioè di negligenza dell’esercizio delle virtù cristiane mirate alla santificazione dello spirito. Petrarca nel Secretum descrive l’accidia sostanzialmente come un rifiuto alla vita: il che ci fa capire ancor meglio come un tale sentimento nichilista si contrapponga al cattolicesimo promotore della vita ad ogni costo. Per la legge del contrappasso che distingue le morti degli Homunculus Sloth perirà combattendo con tutte le forze e le sue ultime parole saranno: “morire è una gran rottura, ma in fondo anche vivere

sloth.jpeg
L’ultimo ma non meno importante Envy, l’invidia. Lo odiamo fin dalle prime puntate a causa dell’attentato a Maes Hughes e delle modalità in cui avviene l’omicidio. Envy è un trasformista, cambia forma a suo piacimento, così come gli invidiosi tendono a modificare se stessi per assumere le caratteristiche dell’oggetto del loro astio. Ha realmente tre forme: la personificazione umanizzata, un gigantesco e orribile mostro(in contrapposizione con il corpo degli umani per il quale prova invidia) e una piccola creatura simile ad un embrione con otto zampe. E’ un peccato per la dottrina cattolica in quanto si oppone totalmente al concetto di misericordia e carità: Lucifero si insinua nella vita di Adamo ed Eva perché invidioso del loro rapporto armonico con Dio, rapporto che lui aveva perso a causa della sua superbia, ed è per questo che vuole distruggerli. L’invidia detiene il primato per l’implicazione nei rapporti umani: è il peccato, in questo senso, più socialmente pericoloso. Envy appunto cerca di minare all’armonia dei rapporti tra Edward, Roy, Riza e Scar, ma ormai la verità è venuta a galla: l’Homunculus è semplicemente invidioso dei sentimenti tra esseri umani. Envy si suiciderà liberandosi di ciò che più disprezza: se stesso.

Forever-Envy-in-memory-of-envy-26594704-1024-640
In un certo senso anche gli Homunculus percorrono la strada dell’espiazione, attraverso le loro morti. Dunque tutti i personaggi della serie, “buoni” e “cattivi” sono alla ricerca della Verità. Ciò che l’opera dimostra è che i vizi e le virtù coesistono e concorrono alla formazione dell’individuo e allo sviluppo della società nella stessa misura, passando dunque da una concezione totalitaristica e dottrinale all’apertura dell’Età dei Lumi.

Non soltanto la nascita e i comportamenti del Padre sono esempio della vanità umana del voler avvicinarsi all’immortalità. Un altro personaggio fondamentale che mette in luce il conflitto scienza/religione è Shou Tucker, l’Alchimista Intreccia-vite, noto per aver realizzato una chimera parlante. Nei primi episodi i fratelli Elric si recano da Shou convinti di poter ottenere qualche informazione sulla Pietra Filosofale. Instaurano una bella amicizia con sua figlia Nina e con il suo cane Alexander. Per mantenere il titolo di Alchimista di Stato Shou Tucker trasmuta però la figlia e il cane creandone una chimera. Quando Edward(e il lettore) capiscono la verità sulla chimera non si può che provare un forte senso di rabbia, tristezza, disagio. E’ il primo punto drammatico in cui l’opera dimostra di non essere un semplice battle shonen. Per quanto un tale avvenimento può sembrarci distante anni luce da una possibilità reale ci sono stati esperimenti già riusciti di creazione di chimere: nel 1984 è stata generata una chimera caprecora combinando gli embrioni di una capra e di una pecora. Nel 2003, ricercatori della Shanghai Second Medical University annunciarono pubblicamente di aver fuso cellule epiteliali umane e ovuli di coniglio generando il primo embrione chimerico umano: il risultato di questi esperimenti è stato definito “paraumano”. La ricerca sulle chimere d’altro canto ha diverse implicazioni etiche: se da un lato è utilizzata per migliorare la comprensione delle cellule staminali umane, la produzione di medicinali, la genesi di organi per il trapianto, dall’altro si rischia di superare il limite. Shou Tucker è proprio il risultato di cui i detrattori hanno paura, la vittima e il carnefice di una scienza totalizzante e relativistica che sminuisce il valore di affettività, famiglia, rispetto per la vita. Ancora una volta in Fullmetal Alchemist risalta la contrapposizione tra religione e scienza e i limiti che entrambe pongono allo sviluppo del genere umano: Scar inizialmente accetta l’alchimia come decomposizione, ma non come creazione, alla fine si renderà conto che progresso e religione possono coesistere e che i limiti che poniamo ad entrambe derivano dalla nostra morale individuale.

NinaFBA

Il viaggio degli Elric è il viaggio di un popolo Amestris, è un viaggio fisico e spirituale, non privo di dolore. La luce che si intravede all’orizzonte però vale la pena di essere cercata..

FINE.jpg

 

seguitemi anche sulla mia pagina Facebook!

Capitolo 3: Fullmetal Alchemist, tra scienza e religione, un viaggio verso l’espiazione (parte 1)

Covavo una curiosità latente verso il mondo del fumetto giapponese che esplosa di fronte a Fullmetal Alchemist. Leggermente titubante intrapresi questa lettura con diffidenza, alla luce del solo computer. Pian piano misi da parte la discrezioni e mi immersi senza remore in quello che sarebbe stato il mio primo grande amore; proprio per questa ragione mi trovo tremendamente a disagio nel dover affrontare un’analisi lucida dell’opera steampunk della Arakawa! Fra geopolitica, religione, scienza, alchimia, distopia, combattimenti, gag e storia, tutto si intreccia nella più fresca a scorrevole delle narrazioni, tutto dominato da un solo imperativo:

Senza sacrificio, l’uomo non può ottenere nulla. Per ottenere qualcosa, è necessario dare in cambio qualcos’altro che abbia il medesimo valore

Così definisce Alphonse Elric il principio dello scambio equivalente. Cercare di eludere questo principio equivale a peccare di tracotanza: ed è proprio a causa di questo peccato che i fratelli Edward e Alphonse Elric intraprenderanno il loro viaggio. Al e Ed sono stati abbandonati dal padre fin da piccoli e, alla morte della madre, decidono di sfruttare il loro precocissimo talento scientifico per farla resuscitare; raccolti gli elementi necessari per la trasmutazione e disegnato il cerchio alchemico vengono risucchiati in una dimensione onirica, al cospetto della Verità o Portale della Conoscenza. La Verità non avrà pietà di due bambini: Edward verrà privato di una gamba, mentre Al scomparirà nell’oblio aldilà del portale insieme alla sua anima.

verità

Pur di riportare indietro il fratellino, Edward sacrificherà alla Verità anche il suo braccio destro, riuscendo ad ottenere la sua anima, che legherà ad una fredda armatura di metallo. Attraverso le ricerche del padre i fratelli vengono a sapere che c’è un solo modo per annullare gli effetti del principio dello scambio equivalente ed avere indietro i loro corpi: la pietra filosofale. Secondo il più comune dei tòpos letterari i due protagonisti intraprendono il viaggio per il raggiungimento del loro scopo, ma ciò che otterranno sarà tutt’altro che la pietra filosofale, ma l’espiazione dei peccati di tutta l’umanità .

fma_brotherhood_by_link_leob-d5pv9m7.png

Il cognome Elric non è stata una scelta casuale: è ispirato al “Ciclo di Elric” di Michael Moorcock, punta di diamante del genere fantasy. Il protagonista del ciclo Elric è un albino debole, malinconico, intelligente, in lotta contro la Legge del Caos. Come Elric anche Edward è fisicamente minuto e terribilmente umano: sbaglia, piange, sbaglia di nuovo, ricomincia, in contrasto con i tipici protagonisti forti ed infallibili del fantasy occidentale e dello shonen orientale.

Amestris, lo stato dove si svolge la vicenda, trae il nome dalla regina persiana moglie del re Xerxes. Dallo storico greco Erodoto fu definita come una crudele despota, come dispotico sarà il governo dittatoriale del piccolo stato descritto dall’autrice. Nel manga l’alchimia nacque proprio in una civiltà dispersa nel bel mezzo del deserto, di nome Xerxes. Al sud di Amestris il clima arido, ma anche il colorito scuro degli indigeni, ricorda il Medio Oriente, mentre il Nord freddo e inospitale la Russia.

amestris

Amestris in Fullmetal Alchemist è, senza neanche troppi giri di parole, politicamente ispirata alla Germania tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. In seguito alla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, la Germania fu umiliata dai trattati di Versailles e tradita dal tentativo democratico della Repubblica di Weimar. Uno stato fatto a pezzi accolse con ardore e speranza il partito nazional-socialista che metteva al primo posto la rivalsa del popolo germanico pura su tutto il mondo. I tedeschi, ritrovato l’orgoglio delle proprie radici decisero di eliminare tutti gli individui che avrebbero potuto limitare l’ascesa alla grandezza della pura razza ariana. Inoltre il malcontento derivato da una crisi morale, economica, storica doveva essere incanalata in un condotto d’odio principale, che per la Germania nazista divennero gli ebrei. Di fatto l’antisemitismo non nacque con il nazismo, ma era già un argomento caro a molti autori tedeschi(e non solo), da alcuni teologi cristiani e dalla maggior parte dell’opinione pubblica in tutta Europa: il termine fu coniato dal teorico tedesco Wilhelm Marr nel 1829. Gli ebrei erano accusati di corporativismo e elitarismo religioso, similmente agli Ishvaliani in Fullmetal Alchemist. Uno dei punti più drammatici dell’opera è il flashback sullo sterminio di Ishval. Il Comandante Supremo King Bradley, attraverso uno pretesto ben congeniato, indice il genocidio di questa popolazione ghettizzata che vive ai confini orientali di Amestris. Gli Ishvaliani erano diversi anche fisicamente dal resto della popolazione di Amestris, infatti sono scuri di carnagione e hanno gli occhi rossi. Parallelamente gli ebrei rispetto ai tedeschi sono più scuri e dai tratti più decisi. Anche gli Ishvaliani hanno una religione monoteista. Il mondo creato da Hiromu Arakawa è un mondo dove l’alchimia regna sovrana e i principi filosofici e scientifici sovrastano e schiacciano il pensiero teologico. L’unico altro esempio religioso è il culto del Dio Leto, ma questo è fortemente strumentalizzato ai fini del raggiungimento del potere e quindi diametralmente opposto alla umile religione di Ishval. Gli Ishvaliani non erano apprezzati da nessuno, dunque nessuno si è veramente ribellato alla scelta di sterminarli, proprio in quanto diversi e ininfluenti. Gli Alchimisti di Stato, l’ordine più eminente dell’esercito di Amestris (di cui fa parte anche Edward Elric con lo pseudonimo di “Alchimista d’acciaio”), eseguirono l’ordine del Comandante supremo, soffrendo per il loro compito ingrato, ma senza tirarsi indietro. I fantasmi degli innocenti di Ishval tormenteranno per sempre il Colonnello Roy Mustang e la Tenente Riza Hawkeye, i narratori dell’accaduto. D’altra parte in quel momento erano dovuti a rispettare gli ordini. Approfittando di questo volo pindarico sottolineo come gli Alchimisti di Stato si siano comportati similmente al gerarca nazista Eichmann, di cui processo fu analizzato magistralmente nella “Banalità del Male” della filosofa Hannah Arendt: Eichmann infatti non era malvagio nel senso canonico del termine, ma si era fatto complice e carnefice nella sua indifferenza, limitandosi ad eseguire gli ordini per sentirsi parte di qualcosa, anzi, protagonista della sua vita e carriera in barba alla mediocrità. D’altro canto il fumetto è un’opera di fantasia dal finale lieto e Fullmetal Alchemist in particolare è un’opera di espiazione e speranza: il percorso di redenzione di Roy e Riza infatti termina con la ricostruzione di Ishval.

01+Riza+and+Roy.jpg

L’alchimia è il sistema filosofico ed esoterico che domina la trama, ma ha avuto una rilevanza storica, scientifica e sociale anche nella realtà(tant’è che si può considerare come la madre biologica della chimica!). Le tre parole chiave per capire di cosa si sta parlando è: conoscenza(della materia), scomposizione e ricomposizione. La combinazione di questi tre punti fondamentali sono tradotti in simboli alchemici. Anche gli elementi utilizzati nelle trasmutazioni vengono assimilati a dei simboli: ogni pianeta è collegato ad un elemento, la Luna all’argento, il Sole all’oro. La fenice, animale mitologico che risorge dalle proprie ceneri, rappresenta uno dei concetti più importanti dell’alchimia prima e della scienza poi: nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, che è anche la legge della conservazione della massa pronunciata dal chimico Antoine De-Lavoisier. Un altro animale mitologico caro agli alchimisti di tutte le epoche e razze è il serpente uroboro, cioè il serpente che si morde la coda. Nel manga questo serpente è presente come tatuaggio sul corpo degli Homunculus, trasfigurazioni (quasi) immortali dei peccati capitali. Non casualmente nella tradizione alchemica l’uroboro è la rappresentazione di tutti quei processi ciclici di distillazioni e condensazioni necessario per purificare la materia e portarla al suo stato di perfezione. In Fullmetal Alchemist l’antagonista principale, cioè il Padre, attua un processo di purificazione separando da se stesso ogni peccato, personificandoli negli Homunculus. La prima raffigurazione dell’uroboro nell’alchimia si trova in degli scritti greci sui quali è riportato un trattato sulla produzione dell’oro di un’alchimista di nome Cleopatra vissuta ad Alessandria d’Egitto nel IV secolo a.C. Nel testo era illustrato un uroboro bianco e rosso all’interno del quale era presenta la scritta in greco: “Tutto è Uno”.

uroboro.jpg

Qual era la lezione che dovevano imparare i giovanissimi Edward e Alphonse Elric per meritarsi gli insegnamenti dell’alchimista-casalinga Izumi Curtis? Dovevano spiegare cosa significava “Uno è tutto, tutto è uno”. Il giovane Ed, che sta morendo di fame mangia formiche; spiega che quando morirà il suo stesso corpo verrà mangiato dalle formiche, e una parte di lui sarà concime per erba. Puntualizza ad Alphonse che si tratta di molto più della catena alimentare: è una sorta di flusso che collega ogni cosa. Il mondo è collegato in modo tale da poter essere assimilato ad un’unica grande entità, ma d’altro canto è formata da tanti piccoli uni: l’interezza della collettività non può trascendere dall’unicità dell’individuo e della materia e viceversa. Questo concetto è molto caro agli antichi filosofi greci, in modo particolare a Plotino, massimo esponente della scuola neoplatonica e apprezzatore delle filosofie orientali; secondo il suo pensiero l’Uno è l’espressione di energia infinita che continuamente genera se stessa, un organismo formato da infinitesimi di sostanza. La filosofia dell’Uno sarà oggetto di discussione nel corso della storia: ad esempio secondo Spinoza infatti Dio è Natura ed esso non è la causa di tutto, ma rappresenta esso stesso l’essenza del tutto, ma il tema verrà trattato anche da Leibniz, Fichte, Hegel e Marx(quest’ultimo con connotazioni politiche e sociali). Il simbolo alchemico dell’Uno è un punto, cioè la contrazione, racchiuso in una circonferenza, che invece ne rappresenta l’espansione creatrice.

punto.png

Una delle massime aspirazioni degli alchimisti di tutti i tempi è la creazione della pietra filosofale, capace di curare ogni male nel mondo, di far acquisire la conoscenza assoluta di ogni branca dello scibile umano, di far elevare al di sopra del bene e del male e di trasformare i metalli “vili” in oro. Quest’ultimo punto non trascende i precedenti: infatti trasformare i metalli vili in oro, la materia emanatrice di luce ed immortalità, voleva dire aprire la strada alla scoperta dell’immortalità del corpo e alla purificazione dello spirito. In Fullmetal Alchemist gli ingredienti della pietra filosofale sono i sacrifici umani( ad esempio gli innocenti morti durante il genocidio di Ishval); quanti più sono i morti tanto più è potente la Pietra Filosofale. Cosa vuol dire? Un essere umano non può essere puro. La lucentezza dell’oro a cui aspira il Padre liberandosi dai sette peccati capitali è solo illusoria: il sacrificio e la manipolazione di altri esseri umani è il limite. L’umanità è un alternarsi di luci e ombre, come dimostrano anche gli Homunculus in più di un’occasione. Lo psichiatra Carl Gustav Jung accumunò alcuni antichi simboli alchemici a degli archetipi dell’inconscio di individui che con questa arte non avevano avuto nulla a che fare; inoltre l’individuazione, l’analisi e la riconciliazione degli opposti(come negli urobori) erano fondamentali nell’alchimia come nelle terapie cliniche. Il processo di creazione della pietra filosofale era, secondo lui, il cammino con cui si tentava di liberarsi dalle tenebre dell’ignoranza. In poche parole il cammino in Fullmetal Alchemist con cui si accede al Portale della Verità insito in ognuno di noi. Si dice che il medico alchimista Paracelso, pseudonimo di Philippus Teophrastus Von Hohenaim, abbia scoperto la ricetta della pietra filosofale e degli Homunculus. D’altro canto lo stesso alchimista dichiarò che non avrebbe mai fatto esperimenti del genere in quanto non voleva sfidare l’ira divina. Capiamo il collegamento con il padre dei fratelli Elric già dal nome: quest’ultimo infatti si chiama Van Hohenheim ed è, a causa di una serie di inganni ad opera del Padre, la pietra filosofale umana, alla continua ricerca della sua mortalità.

480622.jpg

Una riflessione merita anche l’alchimia di Xing che conosciamo nel manga attraverso la piccola May Chang. Xing è un Paese molto grande, aldilà del deserto dove sorgeva l’antica Xerxes ed i suoi abitanti hanno tipici connotati orientali. Si può quindi facilmente associare Xing alla Cina. L’alchimia di May, così come quella cinese, si concentra più sulla medicina che sulla trasmutazione dei metalli. L’alchimia cinese e quella occidentale hanno in comune la ricerca dell’immortalità e la riconciliazione degli opposti (come yin e yang), anche se attraverso approcci chimici, simbolici, cosmologici, filosofici diversi. Molte caratteristiche della farmacologia tradizione e della ginnastica medica cinese provengono proprio dalla tradizione alchemica.

071709_fma15-1

 

ECCO QUI LA PARTE 2. PARLO DEGLI HOMUNCULUS CHE SONO FIGHI, LEGGETELA

 

seguitemi anche sulla mia pagina Facebook!

Capitolo 2: dai Pokemon agli Yokai, una piccola panoramica!

E’ il giorno dell’uscita dei giochi Pokemon. La sveglia è impostata abbastanza presto, per non trovare fila di fronte al negozio di videogiochi di fiducia. Alle 9 sei già lì, nel tragitto pensi allo starter più bello, performante e competitivo. Eppure la fila è già lunga: qualcuno si è svegliato prima di te, molto prima di te. Pensavi che saresti sembrato uno strano maestro che porta la scolaresca in gita in un negozio di video game. Invece no! L’età media dei partecipanti a quella lunga fila annuale, quasi rituale, è molto più alta di quanto ti aspetti. Hanno tutti più o meno vent’anni. Sono divisi in nostalgici, fanatici del competitivo, curiosi. Gotta catch’em all(and wins all the online battles!), insomma.

Non sono solo i giochi dei Pokemon a renderli famosi. Infatti ci sono numerose vicende, di cui non sappiamo dove inizia la realtà e finisce la fantasia, dal retrogusto horror, che accompagnano le vicende dei Pocket Monsters: per esempio la celeberrima Sindrome di Lavandonia, in assoluto la più discussa, le relazioni parentali tra l’orfano Cubone e Kangaskhan, la capacità di trasformarsi che accomuna Mew e Ditto, il fenomenale Pokemon Shock legato all’espisodio di Porygon, pokemon artificiale dagli occhi vitrei, la morte del Raticate di Gary Oak in Pokemon Rosso e Verde, la somiglianza delle ombre di Clefable e Gengar, vari glitch e bug che hanno dato al gioco quel tocco esoterico che tanto piace ai più grandicelli.

Meno conosciuti, ma alcune sicuramente altrettanto inquietanti, sono i miti e yokai che hanno ispirato la creazione di alcuni Pokemon. Ma soprattutto.. Cosa sono gli Yokai? Gli yokai sono “manifestazioni inquietanti”(proprio questo è il significato del suffisso -kai), cioè spiriti e demoni tipici della mitologia giapponese. Ci sono gli oni, simili agli occidentali orchi, gli umanoidi come i kappa, gli yokai dall’aspetto di oggetti e dalle sembianze animali, come le intelligenti e longevi volpi, cioè le kitsune. La religione nei Paesi dell’Estremo Oriente strizza l’occhio di continuo al folklore locale, non distingue nettamente bene e male: infatti, nonostante la maggior parte degli yokai siano spaventosi, alcuni di essi rappresentano semplicemente esseri sovrannaturali, alcuni dei quali neanche così tanto interessati a rapportarsi con gli esseri umani.

  1. Frosslass/Yuki Onna

Congela le prede con un alito glaciale a -50°C. Si dice che poi le metta segretamente in mostra” recita il Pokedex di Unima. Questa invece è la voce del Pokedex tratta da Pokemon Zaffiro alpha: “Qua e là corre ancora voce che Froslass fosse in origine una donna dispersa in montagna tra la neve“. Frosslass è un Pokemon di tipo Ghiaccio e Spettro, ispirato alla figura folcroristica della Yuki-Onna, cioè “donna delle nevi”. La Yuki-Onna assume le fattezze di una donna bellissima, con la pelle bianchissima e un bianchissimo kimono. La versione più conosciuta del mito è quella tratta dall’opera “Kwaidan: Stories and Studies of Strange Things” di Lefcardio Hearn: un taglialegna e un bellissimo giovane apprendista erano viandanti durante una tormenta di neve. La donna delle nevi decise di salvare il più giovane e di uccidere il più vecchio, a patto che lui non raccontasse mai cosa era successo quella notte. Il giovane quindi tornò in città e continuò a vivere tranquillamente, si sposò con una donna meravigliosa di nome O-Yuki. O-Yuki pareva diversa dagli altri esseri umani: infatti nonostante ebbero dieci figli continuava a mantenersi giovane e perfetta come il giorno in cui arrivò al villaggio. Una sera, dopo che i bambini erano andati a letto, l’uomo le raccontò di aver conosciuto una donna di aspetto simile a lei, con la stessa pelle bianca, rivelandole la segreta storia di quella tormenta di neve. Sua moglie O-Yuki improvvisamente si infuriò e rivelo di essere proprio lei la donna nelle nevi: poiché l’uomo aveva infranto la promessa di segretezza lei avrebbe dovuto ucciderlo, ma non lo fece per amore dei figli. Lo risparmiò, ma si allontanò, scomparendo nella nebbia e abbandonando la vita domestica.

 

    2. Mawile/ Futakuchi Onna

Non bisogna mai farsi ingannare dallo sguardo mansueto di Mawile, che è invece estremamente pericoloso. Tenta così di far abbassare la guardia al nemico per attaccare con le possenti mascelle formate da corna trasformate” voce del Pokedex di Pokemon Zaffiro alpha. Mawile è un Pokemon di tipo Acciaio e Folletto, anche questo con sembianze palesemente femminili. La caratteristica più evidente del suo aspetto sono un paio di mascelle dentate sulla parte posteriore del collo. Lo yokai corrispondente a questo Pokemon, il Futakuchi Onna, ha una bocca nascosta tra i capelli della nuca. Questa bocca non si limita ad esistere ma borbotta e sputacchia, alla ricerca di cibo. Secondo alcune versioni del mito i capelli della donna si muovono come serpenti per portare il cibo alla bocca del demone, ricordando la Mega Evoluzione del Pokemon. La Futakuchi Onna era una matrigna che non sopportava il figlio di primo letto del marito, dunque lo lasciò morire di fame. Qualche giorno dopo la sua morte un taglialegna ferì la signora con la sua ascia, lasciandogli una ferita dietro il collo. Lo spirito del figliastro si andò ad insinuare nella ferita e si vendicò della donna negligente, chiedendole continuamente cibo.

   3. Golduck e Lombre/Kappa(ma anche Nix nella mitologia nordica!)

I kappa sono yokai umanoidi dalla dimensione di bambini che abitano nei laghi giapponesi. I loro corpi generalmente vengono rappresentati come quelli di scimmie o di rane con una depressione circondata da ispidi capelli(Golduck) o una foglia di ninfea(Lombre) piena d’acqua sulla testa. Hanno i piedi palmati e sanno nuotare bene, il che spiega perché entrambi sono Pokèmon d’acqua! La mitologia riguardo i kappa passa dal goliardico al violento: infatti questi yokai potevano limitarsi a scherzi semplicemente maliziosi, come guardare sotto il kimono delle donne, oppure spingersi fino ad atti crudeli, come rapimenti di bambini e stupri. I kappa si nutrivano delle interiora della vittima, succhiandola dall’ano. L’unico cibo che questi yokai preferiscono ai bambini sono i cetrioli. Per quanto questa creatura appaia demoniaca non è completamente nemica degli umani: i kappa infatti giocano a shojo e si prestano a battaglie di sumo. L’unico modo per sfuggire alla loro ferocia e inchinarsi di fronte a lui per salutarlo, poiché il kappa si inchinerà a sua volta, perdendo l’acqua sulla foglia di ninfea o nella depressione. Una volta persa quest’acqua il kappa non si muoverà più fino a che non sarà di nuovo piena: se lo stesso umano lo aiuterà a riempirla nuovamente il kappa diventerà un servo fedele a vita. Nella descrizione di Golduck si legge testualmente: “Questo Pokémon che abita nelle paludi non di rado è confuso con il mostro giapponese kappa“. Curiosamente la cultura nordica ha spiriti d’acqua mutaforma estremamente simili al kappa: i Nix. I Nix cambiano nome a seconda che siano in Inghilterra, in Germania o nella Scandinavia e possono essere maschi o femmine. Questi spiriti suonano il violino per attirare donne e bambini come vittime. Secondo alcune versioni invece i Nix sono del tutto innocui: la loro musica intrattiene uomini e donne nei pressi dei fiumi. In seguito all’evangelizzazione del Nord Europa si sono aggiunte altre superstizioni al mito preesistente, come la preferenza dei Nix per le donne incinta, i bambini non battezzato e le azioni più cruente il giorno della Vigilia di Natale o il giovedì. Si pensa comunque che tutti questi miti siano nati per avvertire i bambini del pericolo dell’acqua. Quindi attenzione al prossimo bagno in un lago!

4. Espeon/Nekomata

Il Nekomata è uno yokai caratterizzato da una coda biforcuta o da due code, come suggerisce il nome. Si racconta che in casa del samurai Echigo, qualche secolo fa, avvenivano eventi inspiegabili, ad esempio alcuni oggetti si spostavano da soli. Il furbo samurai capì subito che la colpa era di un enorme gatto, lungo più di un metro, che si aggirava per la casa. Il nome europeo di Espeon deriva dall’acronia ESP, cioè Extra Sensorial Perception ed è infatti un Pokèmon di tipo Psico. E’ simile allo yokai, oltre che per le sembianze di gatto con la coda biforcuta, anche per i poteri psichici. Si dice che questo yokai abbia poteri sciamanici, muova i morti come marionette e sia molto vendicativo. I Nekomata sono estremamente simili ai Bakeneko, ma hanno poteri psichici più potenti e un legame più forte con la negromanzia.


Se si vogliono fare collegamenti tra Pokèmon e mitologia non si potrebbe mai finire. Ad esempio Alakazam e le sue preevoluzioni sono ispirati alla kitsune, la volpe dai poteri psichici, capace di deformare spazio e tempo e di far impazzire; Vulpix e Ninetales alla volpe a nove code, simbolo a volte benevolo e altre maligno presente nel folklore coreano, giapponese e cinese; Drowzee al Baku, un tapiro cinese, capace di divorare incubi notturni e sfortune. I Pokèmon non si sono limitati solo ai miti orientali. Si può, ad esempio associare Dragonair al Quetzalcoatl, divinità mesoamericana con il corpo di serpente e le ali sulla testa: si trattava di una divinità così importante che un imperatore azteco credette all’inizio che lo sbarco di Cortès nel 1519 fosse il ritorno di Quetzalcoatl, lasciandogli conquistare il Messico senza opporre resistenza. A proposito di mitologia americana: Zapdos potrebbe essere ispirato proprio dal sacro Thunderbird, dal nome diverso per varie tribù di nativi, creatura capace di addensare le nubi e generare il rumore dei tuoni attraverso il movimento delle ali. Moltrès potrebbe invece ispirarsi alla fenice, mentre Articuno al Rok, uccello persiano capace di divorare elefanti, conosciuto al mondo occidentale grazie ad una aggiunta postuma a “Le Mille e Una Notte”. Senza molti giri di parole Golem invece è chiaramente un riferimento ai golem, figura antropomorfa nella mitologia ebraica, un gigante d’argilla forte ed obbediente, creato per difendere il popolo ebraico dalle persecuzioni. Non soltanto Golem si ispira a questa creatura d’argilla, ma anche il “trio dei Regi” e il Pokèmon Golurk; in particolare la descrizione nel Pokèdex di quest’ultimo dice che venne creato da un’antica civiltà per essere usato come guardiano. E ancora tanto, tanto altro, ma lascio a voi il piacere della scoperta.

I Pokèmon, fra meraviglia e mistero, tenerezza ed inquietudine, mitologia e pixel, fra il sacro e il kawaii: capite adesso perché piacciono anche a noi grandi?

 

 

 

 

 

 

seguitemi anche sulla mia pagina Facebook!

Capitolo 1: “Steins;gate: tra fantascienza, filosofia e cultura otaku”

“L’universo ha un inizio, ma non una fine: è infinito. E poi le stelle… anch’esse hanno un inizio, ma periranno per via della loro stessa energia: si estingueranno. Coloro che possiedono il dono dell’intelligenza sono in verità i più sciocchi: è piuttosto evidente, basta osservare la storia. In un certo senso, questo può essere considerato l’ultimo avvertimento di Dio a coloro che resistono”

Steins;gate è un’opera che strizza l’occhio un po’ a tutti: il cacciatore di miti online, il complottista, il lettore di Bradbury, il filosofo della domenica, lo studente universitario di scienze, la romantica fruitrice di Shojo, il mondo otaku a cui spesso nell’opera si fa riferimento.
Si potrebbe pensare che un’anime così eterogeneo interessi a tutti, ma non faccia breccia nel cuore di nessuno: eppure così non è stato per Steins;gate, capace di saltare da un argomento all’altro con la leggiadria di una farfalla.

Steins;gate è un adattamento anime diretto da Hiroshi Hamasaki e Takuya Sato di un’omonima visual novel. Ecco illustrata la trama brevissimamente: durante l’estate del 2010 nel quartiere di Akibahara, un gruppo di amici crea un congegno, modificando quasi per gioco un microonde, in grado di mandare e-mail nel passato, modificando quindi il futuro. Chiaramente una scoperta di tale portata non può essere mantenuta all’oscuro, provocando una serie di drammatiche reazioni a catena.

Rintaro Okabe indossa una maschera: quella dello scienziato pazzo Houhin Kyouma. Si adagia sullo stereotipo dell’uomo geniale, ironico, spiritoso, misterioso, terribilmente trascurato, indifferente, dal Q.I. spaventosamente elevato, sagace ed acuto, ma notiamo come questa maschera abbia delle crepe: il puro amore fraterno nei confronti dell’amica d’infanzia Shiina Mayuri prima e l’innamoramento timido e goffo nei confronti di Kurisu Makise, il vero genio della comitiva, fino alla fine.

index
Continua a leggere